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In “Volevamo scalare il cielo” Raffaele Rossi ricorda le condizioni economiche e il grave disagio sociale dell'immediato dopoguerra: distruzioni materiali, inflazione altissima, diffusa miseria, la fame non come eufemismo ma dura realtà legata alle incerte possibilità di sopravvivenza. E poi disorientamento, qualunquismo strisciante, anche impegno contro la sfiducia, la disperazione, il ribellismo. A Perugia l'azione dei partiti e l'attività del "Centro di orientamento sociale" (COS) di Aldo Capitini erano i riferimenti di una rinnovata partecipazione popolare.

C'era ancora spirito di collaborazione tra coloro che erano stati impegnati nella Resistenza, ma già si delineavano le nubi che avrebbero offuscato l'orizzonte dell'unità antifascista. Nel triennio del dopoguerra s'intrecciano e si scontrano due processi; uno di radicale cambiamento, che carica la liberazione del Paese di grandi attese, e un altro, all'inizio meno evidente ma profondo, di ostinata conservazione. La vecchia Italia, con i suoi poteri economici e la sua cultura di chiuso moderatismo, era tutt' altro che scomparsa.

Rossi scrive: “Non so quale effetto possa fare a chi guarda la politica oggi, riducendola e confondendola con l'azione dei partiti tra declino e ricerca di nuovo ruolo, la descrizione di quello che fu il mio (e ovviamente non solo il mio) approccio alla politica negli anni che vanno dal 1940 a quelli del dopoguerra, quando l'attività politica divenne impegno predominante se non esclusivo. L'effetto potrebbe essere di sorpresa o incredulità o sconcerto. Ma assicuro che in quella scelta c'è la spiegazione di tante cose che riguardano la vita degli individui, il loro modo d'intendere l'impegno sociale, la natura dei partiti, la stessa capacità di sopravvivere da parte di una debole democrazia.
Come giungevamo all'impatto con la liberazione, la politica, il partito? Avevamo già fatto alcune letture, conoscevamo qualcosa di Mazzini, di Marx, di Croce, avevamo ascoltato le conferenze dei maggiori studiosi antifascisti italiani all'Istituto di studi filosofici, promosso da Capitini, Montesperelli, Granata, Manacorda. Tutto ciò, anche se poco, ci dava un discreto vantaggio su tutti quei giovani che uscivano dal ventennio della dittatura e della guerra sprovvisti di una qualche formazione critica
”.

Bobbio osserva che alla fine degli anni Trenta lo scritto di Capitini Elementi di un'esperienza religiosa era una delle opere più singolari per altezza spirituale e per l'antifascismo radicale che vi si esprimeva. "Strettamente legata a questa filosofia della persuasione è un'etica che si definisce attraverso tre principi della non-violenza, della non-menzogna, della non-collaborazione. Il principio della non-collaborazione ebbe un effetto immediatamente politico". Rossi dice: “Alla nostra debole preparazione teorica faceva riscontro molta passione e una grande volontà di cambiare il mondo. Ci sostenevano quegli imperativi dell'adolescenza, ideali e morali prima ancora che politici, che facevano riferimento a due eterne parole come libertà e giustizia. Ne avevamo discusso negli anni precedenti considerando la libertà questione prioritaria al tempo della dittatura, mentre però ci preoccupavamo di definirne i limiti nell'inderogabile rispetto delle libertà altrui.
Erano pensieri che a quel tempo ci sembravano originali e profondi e che invece riproponevano una questione antica quanto la storia dell'uomo e del suo vivere sociale. Esserci comunque giunti per autonoma riflessione ci dava una consapevolezza e un indirizzo per l'azione. In ultima analisi era il perseguimento dell'etica del sé e del noi, dell' Io e del Tutti, principi che se ero poi indotto a riconoscerli in un partito di lavoratori, ritenevo che questo, non realtà fine a se stessa, avrebbe dovuto sempre presupporli come ragione e scopo della sua azione. Ma perché il partito comunista? Tale orientamento si era già formato negli anni precedenti in base a due elementi: essere il partito che più aveva dato nelle lotte contro la dittatura e che poteva garantire un profondo rinnovamento della società. Non era nei giovani molto forte il mito della Russia; la ragione della scelta era soprattutto italiana.
Nella situazione di oggi, dopo mezzo secolo di una democrazia debole e travagliata, ma che ha comunque garantito tra tante insidie la libertà, si fa fatica a comprendere di quale significato profondo e assoluto sia stata segnata la mia giovinezza, la estrema tensione morale e politica che fu alla base di quella scelta di vita. Rimane sorpreso il mio ascoltatore quando, ad esempio, ricordo che giunsi alla decisione di dimettermi dai ruoli d'insegnante (era stato il sofferto traguardo di tanti anni di sacrifici) senza cercare la via delle "aspettative" per ragioni di salute, di famiglia o di studio: temevo che tale ricorso potesse danneggiare, in quel clima persecutorio anticomunista, me e il partito”.

E interruppe anche il corso universitario dal momento che, divenuto dopo il 18 aprile 1948 vice segretario provinciale del partito, l'impegno nell'aspro scontro politico non gli consentiva di dare gli ultimi esami all'Università di Roma. Si era in una situazione in cui sembrava che si dovessero abbandonare le speranze di rigenerazione della società e che si aprisse una fase di restaurazione antidemocratica. In proposito Norberto Bobbio scrive: “Ben presto si riprodusse quel distacco tra paese reale e paese ideale “ con la differenza che nel primo decennio del secolo il paese ideale era prevalentemente reazionario ed ebbe il sopravvento; nel '45 era unanimemente progressivo e fu sconfitto". In quel momento, per usare recenti ed approssimative espressioni, Rossi afferma: “I vincitori del 1944-45 erano ormai quasi i vinti. No, io non ero sul carro dei vincitori, prendevo la via della lotta con milioni di uomini, di nuovo perdenti, perché non fossero irrimediabilmente dei vinti
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