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La storia.

L’inquietante presente induceva a studiare il passato per comprendere le ragioni di un Paese che era sfociato nella dittatura. Da qui nasceva la passione per lo studio della storia. C’è nell’esperienza di vita di Raffaele Rossi un rapporto organico fra storia e politica. Il forte interesse per gli studi storici aveva accompagnato gli anni giovanili fino al corso universitario e alla laurea in storia del Risorgimento. La storia intesa non soltanto come scienza del passato, ma come scienza del cambiamento tra continuità e discontinuità, tra complessità e contraddizione, l’esercizio mediante il quale il presente pone domande al passato.

S’ispirava a Marc Bloch, il grande storico francese fucilato dai nazisti: “Una parola domina i nostri studi: ‘comprendere’. Non diciamo che il buon storico è senza passioni; ha per lo meno, quella di comprendere”. Anche il principio di Nicola Gallerano a proposito dell’uso pubblico della storia, pratica da non demonizzare: “Né storia militante o di tendenza, né storia neutrale e distaccata, ma lavoro critico, capace di confrontarsi con la complessità del tempo presente”. Naturalmente l’opposto della pratica invalsa oggi, da parte del neorevisionismo, pura ideologia ai fini di una manipolazione della storia a scopo politico.

Si era andato convincendo, a proposito della teoria e del metodo storico, di assumere, alla Braudel, superando la dimensione dell’histoire événementielle, l’ottica del tempo prolungato e della storia profonda, per un giudizio meno inficiato da momenti passeggeri, dal rumore e dalla spettacolarità del presente per guadagnare un’ampia prospettiva, convinto che più è largo e profondo l’orizzonte che è dietro di noi, più comprensibile possa essere quello che è davanti.
Aveva studiato Marx, ma richiamava l‘attenzione di coloro che consideravano ancora il marxismo una specie di filosofia della storia: affermava che esso non era una religione: “Questo è il marxismo morto, ucciso più che dai suoi avversari dai suoi stessi seguaci. Marx rivendicò la storicità della teoria, considerò l’ideologia un pensiero alienato quando non verificava più la sua validità sul piano umano e sociale, quando diveniva metafisica e perdeva il rapporto con la realtà effettuale, smarriva la visione circostanziale della storia”.

Di grande importanza lo studio di Gramsci. Anche recentemente tornava a constatare quella che a ragione può chiamarsi la sua eresia nel negare alcune verità ritenute indiscutibili: il massimalismo allora dominante nel partito socialista, lo stalinismo della Terza Internazionale che aveva coinvolto il Partito comunista d’Italia e lasciava non poche tracce nel PCI nato nel 1944, il provincialismo della cultura italiana. Lontano da facili attualizzazioni, il suo pensiero, inteso non come sistema chiuso, ma come ricerca aperta sul futuro, lo valutava con i problemi e gli interrogativi sulla crisi italiana di lungo periodo nel suo storico deficit di democrazia.
Lo studio del Risorgimento lo indusse a valutare la critica gramsciana. Vi trovava, accanto all’affermazione dell’unità nazionale come fatto progressivo, la spiegazione dei mali dell’Italia come l’estrema centralizzazione, l’autoritarismo, lo spirito reazionario, il sovversivismo delle classi dirigenti.
Il suo lavoro sul 1860 in Sicilia, “Garibaldi cosa è venuto a fare?” 1, risente ampiamente della critica di Gramsci e dello studio dei grandi meridionalisti (Giustino Fortunato, Guido Dorso, Gaetano Salvemini). La lettura del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, confermava più tardi l’interpretazione di una élite feudale al tramonto, che si salvava affidandosi con rassegnata malavoglia al Piemonte di Vittorio Emanuele.

Le pagine di Gramsci sono state per Raffaele Rossi di una straordinaria importanza anche per il rapporto tra letteratura e società. Nel corso degli studi aveva considerato fondamentale, da questo punto di vista, il riferimento a Francesco De Sanctis e a Benedetto Croce che, pur nella loro differenza (gli risultava più robustamente democratico il primo, più attento agli aspetti estetici il secondo), proponevano il rapporto tra letteratura e vita nazionale. “Torniamo al De Sanctis” diceva Giovanni Gentile e Gramsci precisava l’idea che il De Sanctis aveva della cultura: “una coerente, unitaria e di diffusione nazionale concezione della vita e dell’uomo, una religione laica, una filosofia che sia diventata appunto ‘cultura’, cioè abbia generato un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e individuale…e un nuovo atteggiamento verso le classi popolari, un nuovo concetto di ciò che è nazionale”.

Ciò che è nazionale! In questa affermazione riteneva esserci una conquista culturale e politica che aveva ispirato l’impegno del partito comunista italiano e ne aveva decretato il successo politico, un concetto da riconsiderare con la dovuta attenzione critica oggi nella nuova situazione europea e mondiale, affinché il valore della nazionalità non si perda nei ripiegamenti nazionalistici e nelle divisioni localistiche, ma possa costituire elemento di unità e coesione sociale per affrontare le novità del mondo globalizzato.

Di attuale interesse gli sembrava una osservazione di Gramsci: “Tanta gente non conosce la storia d’Italia anche in quanto essa spiega il presente”. Lo Storico Rosario Romeo, interprete del Cavour e della storia del capitalismo, contrappone alla nota tesi del Risorgimento come mancata riforma agraria argomenti non trascurabili, sostanzialmente affermando che lo sviluppo industriale che l’Italia conobbe non si sarebbe potuto ottenere ampliando il mercato interno: la “compressione delle campagne” era per lui la condizione per l’accumulazione primaria.

Quello che non lo convinceva in Romeo era la inevitabilità del fatto che le masse contadine, cioè la grande maggioranza del Paese, fossero escluse dal processo risorgimentale. Per scelta di classe, oppure, se ciò può sembrare più progressivo, per la necessità dello sviluppo capitalistico? Messa in conto questa necessità, non gli sfuggiva la constatazione della natura di una borghesia debole e impossibilitata, nel perseguire i propri ideali e i propri interessi, a ricercare un più ampio consenso della società italiana. Dallo stesso osservatorio umbro egli avvertiva quanto quella scelta avesse continuato a pesare con l’arretratezza delle campagne e con i residui feudali sul destino della regione. Emilio Sereni infatti indicava la mancata riforma agraria come il limite grave che spiegava sia la debolezza del mercato interno, sia il ritardo in quello sviluppo capitalistico che Rosario Romeo considerava una scelta prioritaria.

All’inizio del XXI° secolo ravvisava la necessità di alzare lo sguardo dal contingente e di promuovere una nuova stagione di studi per ripensare il secolo scorso e, in particolare, l’ultimo cinquantennio: il problema era quello di trovare le ragioni di un processo d’intensa trasformazione e di capire meglio i problemi di un presente, gravido di contradditori sviluppi. La pubblicazione della rivista “Umbria Contemporanealink”, semestrale di studi storico-sociali, rispose a questo intento.

1 Stampato con il titolo “La libertà che non è pane”, dramma in tre atti, Thyrus Terni 1967. Scritto in occasione del Centenario dell’Unità nazionale, fu segnalato per particolari meriti dalla commissione giudicatrice del Premio Ferrara, 10 luglio 1961 e dalla rivista “Sipario”.
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